Osservazioni dal banco vendita.

Osservazioni dal banco vendita.

Un’analisi sul vuoto culturale che attraversa il mercato

Sento un’assenza ovunque.
Nei centri città e nelle periferie.
Nei negozi, nei musei, nei volti delle persone.
Non è solo la fine dello shopping. È la fine del desiderio.

Una crisi culturale prima ancora che economica.
Una crisi del gusto, della partecipazione, dell’attenzione.


Tutto è diventato contenitore. E nessuno si chiede più cosa contenga.

Milano, come tante altre capitali culturali, è stata trasformata in una vetrina permanente.
Non più una città da abitare, ma una passerella da attraversare.

La recente inchiesta su Sala e Boeri — al di là delle implicazioni giudiziarie — racconta questo:
una città che si svuota per lasciar posto alla finanza, ai fondi immobiliari, al turismo di lusso.

Il risultato è evidente:

  • i negozi non vendono,

  • le persone non vivono più le strade,

  • i centri commerciali diventano deserti climatizzati,

  • le boutique sono showroom senz’anima.


I dati lo confermano

  • –0,4% vendite al dettaglio (maggio 2025)

  • –1,3% anche per l’e-commerce (marzo 2025)

  • –34% di presenza nei centri commerciali post-Covid

Ma non è colpa del digitale.
È colpa di una cultura che ha smesso di curare l’esperienza d’acquisto come momento simbolico e umano.
Abbiamo tolto significato ai gesti, ai luoghi, agli oggetti.
E così la gente non compra più, semplicemente perché non sente più nulla.


Il creativo, oggi, è una figura marginale. 

Non più stilista. Non più designer. Non più artista.
Ma interprete di un vuoto.
E ricostruttore di senso.

Serve nei negozi, non per vendere, ma per far risuonare un’identità.
Serve nelle istituzioni, per riscrivere un linguaggio visivo pubblico.
Serve nei territori, per rendere leggibili i desideri confusi di una società esaurita.

Non servono più prodotti.
Serve un pensiero. Serve visione. Serve dignità estetica.

Resto per offrire una forma di attenzione,
un modo diverso di guardare le cose — anche le più semplici.

Resto per raccontare questo vuoto,
non per riempirlo con l’ennesimo oggetto da comprare.

Perché lo shopping è finito. Ma il design può ancora cominciare da capo.

Io non voglio più vendere oggetti.

Voglio vendere una forma di attenzione.

Che sia un abito, una stanza, un gesto.
Qualcosa che duri, che parli, che sia imperfetto ma onesto.
Qualcosa che esista, finalmente, fuori dal mercato, poichè svuotato, Solo chi ha visto il vuoto, può disegnare di nuovo.

Maurizio Demelas
SRDN.Backstage Society
Critica. Stile. Sopravvivenza.

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